About

Sono un’altra persona depressa. Non nel senso che non mi cambio il pigiama da settimane e adesso sono sul divano a mangiare tonno in scatola. Ho la depressione come si può avere un’allergia: in determinate circostanze si manifesta e allora devo soffiarmi il naso per tamponare i danni.

E quindi? Perché scrivere un altro blog sulla depressione?  Se ne leggono già tanti di pessimismi e castighi sparsi per la rete, e di sentire i dolori del giovane Pinco Pallino di turno ne faremmo volentieri a meno.

Il fatto è che, dico io, noi depressi non siamo tutti uguali. Tanto per cominciare, ci sono quelli che non sanno di esserlo. Oppure quelli che lo sanno e credono di esserlo più di qualunque altro. O quelli che per settimane o mesi non riescono a essere nient’altro, e vivono nell’immobilità totale. Salvo poi “sfebbrare” e ritornare in modalità normal.

Ammettere di essere depressi è un atto di rispetto verso se stessi.  Cercare di coprire a tutti i costi la sofferenza che si sente è come imporsi di non andare in bagno. Prima o poi uno se la fa addosso. Il principio di Archimede, giusto per rimanere in tema di liquidi, insegna che un corpo immerso in un liquido riceve una spinta dall’alto verso il basso pari al peso del liquido spostato. Si possono anche annegare, le proprie sofferenze, ma prima o poi riemergeranno. Come cadaveri.

Allo stesso tempo, essere troppo auto-indulgenti non è un atto di rispetto verso se stessi. Crogiolarsi nella sofferenza, farne il proprio baricentro, girarci attorno come un pollo allo spiedo: queste cose non aiutano. Prima di tutto, la depressione puzza, e tanto quanto la puzza di piedi, o il sudore. I tipi e le tipe malinconici e avvolti da un’aura di mistero, attirano solo nelle saghe per adolescenti, tipo Twilight.  Nella realtà, la gente scappa, impaurita da quell’aura di mistero – che in poco tempo diventa un’aura di sfiga.

La depressione non può essere ignorata. Ma non si può nemmeno dargliela vinta ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette.  La depressione è un macigno che pende da una catena che portiamo al collo. Scegliamo noi se buttarci a mare o se indossarla con disinvoltura. Se scegliamo di non morire, almeno pensiamo a come liberarcene.

Per questo motivo ho deciso di farmi avanti, e anche a nome di altri mutanti  della depressione.

Voglia di tiramisù è il racconto della mia lotta contro la bestia cornuta, a mani nude, in un buoi tunnel invocando la luce. Sto scherzando. Questo racconto è per i depressi ottimisti. Quelli che vanno ai corsi di cucina o di ballo o di disegno dal vivo, quelli che vedono gente e fanno cose. Quelli che non parlano con nessuno per giorni e ridono delle proprie battute. Quelli che pensano che cartoni animati come Heidi o Anna dai Capelli Rossi hanno messo troppe lacrime in tasca a un’intera generazione. Quelli che sanno che Facebook non fa bene alle ossessioni, così come la cioccolata non fa bene ai brufoli. Quelli che sono dei disastri emotivi anche se fanno di tutto per non esserlo. Quelli che hanno capito di essere malati e si coccolano con un libro, un gelato, una risata. Quelli che il macigno al collo se lo tengono e riescono pure a immaginare che sia un cristallo Swarovski.

Come in ogni storia che si rispetti,  allo scrigno del tesoro ci si arriva solo dopo aver vissuto una serie di peripezie. Io ho deciso di raccontarvi le mie, e spero di sentire anche le vostre. Anzi, chi più ne ha, più ne metta. Scrivete numerosi.

Rachella

 

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